Sabrina Salmaso e il progetto “Risposte Pedagogiche”

Sabrina Salmaso è una pedagogista ed ha ideato il progetto “Risposte pedagogiche” per supportare i genitori nel processo di crescita dei propri figli. La sua esperienza è molto interessante e il modo in cui ce l’ha raccontata la rende speciale. 
Leggi la sua intervista per conoscere meglio il suo percorso professionale e il suo progetto. 

Parlaci un po’ di te e del tuo lavoro. Qual è il tuo percorso formativo e professionale? Com’è nato il tuo progetto “Risposte pedagogiche”? 

Il mio percorso di studio è nato da una scelta d’amore… per mio marito. 
Mi spiego meglio: finito il liceo classico, mi sono iscritta a chimica perché mi sentivo particolarmente portata per le materie scientifiche. Nei primi anni di università ho conosciuto Francesco, me ne sono innamorata e ci siamo sposati dopo un anno. 
Siccome l’amore non bastava per pagare le bollette, ho cominciato a lavorare, precludendomi così la possibilità di frequentare quella facoltà, in cui la frequenza delle lezioni era obbligatoria.
Quindi che fare?
Come coniugare matrimonio, lavoro e studio?
Semplice: non mi rimaneva che scegliere un percorso senza l’obbligo di frequenza.
Ero piena di sogni e di energia e passare qualche nottata a studiare non sarebbe stato un problema.
Oggi, se mi capita di dormire male una notte, vago stordita per tutta la giornata seguente.
Ma all’epoca le mie cellule producevano da sole sostanze dopanti.
Scelsi l’ambito pedagogico, altra mia grande passione.
Mentre studiavo successe qualcosa di straordinario: mi appassionavo sempre di più e sentivo risuonare dentro di me ogni singola informazione acquisita.
Più studiavo e più mi innamoravo della pedagogia.
La cosa bella è che questa dinamica esiste ancora oggi: più vivo queste materie, più le studio, più le conosco, più le divulgo e più mi appassionano.
Una volta finita l’università ho frequentato un Master universitario in Pedagogia Clinica: avevo voglia di trasformare le conoscenze teoriche in strumenti pratici.
Avevo la mia famiglia, avevo anche il mio primo figlio, e con l’aiuto di mio marito sono riuscita a frequentare e a terminare il percorso di specializzazione clinica. 
Come è nato il mio progetto “Risposte Pedagogiche”? 
Dopo essermi laureata e specializzata ho iniziato a fare il mio lavoro pedagogico clinico all’interno di uno studio con bambini e ragazzi: è stata una parte di vita molto gioiosa e molto interessante. 
Però, c’era un però. 
Lavorare con i bambini mi dava sicuramente una grande emozione e una grande gratificazione, solo che le difficoltà che mi presentavano non venivano completamente risolte.
In qualche modo, mancava un pezzettino e quel pezzettino era costituito dalle dinamiche dentro le loro case.
L’aiuto che può dare una professionista una volta alla settimana non è sempre sufficiente; c’è bisogno dell’intervento quotidiano dei genitori: sono loro le persone più potenti al mondo con i propri figli. Quindi pian piano ho iniziato a cambiare approccio: non vedevo più il bambino, ma i genitori
I genitori mi raccontavano le complessità che vivevano in casa e io davo loro gli strumenti per affrontare questi momenti di tensione o di difficoltà.
Ed ecco la magia: quando mamma e papà applicano le strategie concordate, quando cambiano le dinamiche domestiche, quando comunicano nel modo corretto, i figli imparano e sviluppano competenze che durano nel tempo.
I genitori hanno grandi responsabilità e hanno anche grandi risorse
Da qui nasce il progetto “Risposte Pedagogiche”, vissuto in un primo tempo solo nello studio medico con cui collaboro.

Come e quando hai deciso di avviare la tua attività professionale? Ci sono stati motivi o episodi particolari che ti hanno portata a scegliere questa strada? 

L’episodio che mi ha portato a lavorare prevalentemente con i genitori e non con i bambini, come dicevo prima, è legato in primo luogo al risultato: lavorare direttamente con i bambini mi portava meno risultati rispetto al lavoro con i genitori
Un grande aiuto per l’avvio di questa attività mi è stato da una grandissima amica e una grandissima professionista, la dott.ssa Giorgia Bolzonella, che all’epoca aveva una farmacia con uno spazio dedicato alla formazione dei genitori. 
Mi invitò a tenere delle conferenze e da lì ebbe inizio concretamente il mio progetto di Risposte Pedagogiche

Cosa vuol dire per te essere una freelance? E soprattutto, cosa vuol dire essere una freelance quotidianamente impegnata ad aiutare altre donne nella gestione dei figli?  

Per me essere una freelance, essere una libera professionista, significa far convivere insieme grandi emozioni contrastanti. Da un lato c’è la meravigliosa sensazione dell’autonomia e dell’indipendenza, il pensiero che la mia vita lavorativa sia esclusivamente nelle mie mani e che io ne sia l’autrice e l’attrice. Dall’altro, ovviamente come tutti i liberi professionisti o come una buona parte di loro, convivo anche con un po’ di timore. Il timore che i conti non tornino, soprattutto nel momento in cui nelle mie mani ho la gestione della mia famiglia, ossia la gestione dei miei due splendidi ragazzi che necessitano e meritano la sicurezza economica che permetta loro di crescere, di vivere, di fare le loro esperienze. Quindi, essere una libera professionista implica autonomia, soddisfazione e timori. 
Aiutare altre donne nella gestione dei figli è un aspetto lavorativo che regala grande complicità.
È un lavoro che necessita principalmente di due ingredienti:

  1. la conoscenza, perché ovviamente per dare delle risposte efficaci bisogna avere delle ottime conoscenze tecniche. Io amo studiare, sono una grande appassionata di libri e di studio e sono irrimediabilmente curiosa. L’aggiornamento è per me un’abitudine quotidiana;
  2. una grande empatia. Questo è piuttosto semplice perché, prima di essere pedagogista clinico, sono una mamma e ciò mi permette di entrare molto velocemente in sintonia con le persone che si rivolgono a me.

Entro in contatto con centinaia di persone, entro nelle loro vite. Vengono da me per chiedere un aiuto e nel contempo io ne vengo arricchita. Ogni persona mi regala un proprio pezzo di vita, ogni persona mi permette di fare delle nuove riflessioni, ogni persona mi permette di imparare dalle esperienze raccontate. 

Come libera professionista, quali sono le difficoltà maggiori che incontri nel tuo lavoro? Credi ci siano difficoltà specifiche legate al settore in cui operi?

Forse la difficoltà principale che ho incontrato e che nel tempo, piano piano, ho imparato a gestire è l’impatto emotivo.
È necessario vivere in modo empatico il racconto della persona che hai davanti, ma bisogna evitare di rimanerne completamente coinvolti, altrimenti si rischia di compromettere il buon risultato finale. 
Per me è diventato più semplice trovare una buona posizione emotiva, che mi permetta di capire e nel contempo di mantenere un punto di vista esterno, da cui poter leggere e risolvere le difficoltà.
All’inizio della mia carriera ho vissuto situazioni di difficoltà, in cui mi portavo a casa il pensiero di bambini, ragazzi e genitori.
Nella mia testa c’era un bel miscuglio emotivo.
L’esperienza è fondamentale ed ora ogni situazione ha trovato il suo giusto spazio.

Oltre alle classiche consulenze, hai ideato una biblioteca pedagogica per supportare i genitori. Come stanno rispondendo a questo approccio digitale e a distanza? 

L’idea di creare questa libreria con dei testi squisitamente pedagogici nasce dal desiderio di divulgare informazioni
Alcune conoscenze sono davvero in grado di cambiarti la vita. Saper interpretare in maniera corretta i propri figli, sia quando odorano di latte, sia quando gli ormoni adolescenziali lasciano spazio ad altri “profumi”; saper prendere delle decisioni utili e consapevoli; saper comunicare in maniera adeguata, cambia totalmente le dinamiche all’interno della propria famiglia.
Il risultato? Un clima di serenità, di equilibrio, di coerenza, di relazione e di gioia.
Queste informazioni devono essere divulgate perché semplificano e rasserenano le relazioni in casa. 
Ci sono molti genitori straordinari, pieni di amore, pieni di accortezze, ma, a causa di una inconsapevole comunicazione poco efficace, vivono situazioni complesse. Ogni genitore si fa portavoce dei valori che vuole trasmettere ai figli: è il “come” che fa la differenza. Il “come” ha una soluzione scientifica: esiste una modalità che permette una comunicazione fluida, efficace, empatica, rispettosa, autorevole attraverso cui è molto più facile educare e far crescere i figli nei valori che si scelgono. 
Nel momento in cui i genitori hanno le conoscenze adeguate per poter instaurare una bella comunicazione in casa, la vita cambia. Il mio desiderio più grande è quello di poter divulgare il più possibile queste modalità. 

Il tuo contributo nell’agenda offre consigli utili alle donne che devono gestire oltre al proprio lavoro, una casa e un rapporto con i propri figli. Quali sono le difficoltà maggiore che le donne con cui ti rapporti esprimono? 

La difficoltà maggiore delle donne che incontro?
L’energia. Vanno proprio in deficit di energia perché sono donne impegnatissime, donne dedite alla casa, ai figli, ai mariti, a un lavoro e spesso anche a genitori anziani. Donne molto impegnate che a volte sono semplicemente stanche. 
Il mio compito è quello di fornire loro degli strumenti facilitanti, soprattutto in ambito relazionale.
Se noi riusciamo a leggere bene il nostro interlocutore, a capirlo, a trovare la modalità più utile di relazionarci, quella stessa relazione che prima era stancante, nel senso che richiedeva molta energia, diventa poi una relazione molto arricchente, cioè una relazione che ti dà energia. Tutto ciò è possibile: ci vogliono conoscenza, allenamento, pazienza, però sono soluzioni assolutamente concrete e alla portata di tutti.

Perché hai deciso di partecipare al progetto “Ddays, un anno da donne”?

Questo progetto mi è stato proposto e mi è immediatamente piaciuto. Attraverso queste interviste sto conoscendo donne molto in gamba, storie molto interessanti, professioni affascinanti. Sono incantata dalle persone che riescono ad avere un sogno e che fanno delle azioni per realizzarlo. È spesso difficile avere dei sogni, ma avere dei sogni e poi cercare di concretizzarli, è una sorta di magia. Le donne che partecipano a “Ddays, un anno da donne” rappresentano proprio questo: rappresentano le azioni nella direzione di un sogno. 

Hai un consiglio per le donne che stanno pensando di avviare una propria attività professionale e che a breve dovranno gestire contemporaneamente lavoro, casa e figli?

Io sto ancora lavorando sulla mia organizzazione. Nonostante siano più di 20 anni che svolgo questo lavoro, ogni settimana mi domando cosa posso fare di meglio per organizzarmi in maniera più efficace e più efficiente. 
Non è sempre facile perché la mia attività è invadente e cerca di occuparmi ogni minuto della mia vita.
Il mio impegno è quello di far coesistere il lavoro di pedagogista clinico con il mio ruolo di mamma, che per me rimane prioritario, nonostante i miei pargoli siano piuttosto cresciuti (nonostante i miei buoni 167 centimetri di altezza, sono diventata la più piccola della famiglia).
Non ho grandi consigli da dare, poiché io stessa sto ancora esplorando nuove soluzioni. Una piccola cosa che ho imparato è dividere bene gli spazi. Inizialmente tendevo a portare i miei pensieri di mamma nostalgica in studio e i pensieri di pedagogista a casa. Oggi riesco ad individuare orari e spazi per ogni attività, in modo che possa dedicarmi al 100% al lavoro in alcuni momenti e poi avere spazi esclusivi per la mia famiglia. È un allenamento continuo, ma è l’indicazione più pratica e più efficace che ho trovato nella gestione della mia attività. 

Qual è il consiglio che dai alle donne per affrontare questo anno complicato e ricco di incognite? 

Trovo particolarmente utile dividere gli eventi in due grandi categorie:

  1. gli eventi su cui io posso fare qualcosa, perché sono sotto il mio diretto controllo o la mia diretta influenza;
  2. gli eventi su cui io non posso proprio far niente perché non dipendono da me. 

Quando sono di fronte ad una situazione, io la ripongo in uno di questi due cassettini.
Quando l’evento dipende da me mi piace prendermi tutte le mie responsabilità ed agire per trovare una buona soluzione (a volte anche attraverso vari tentativi e quintalate di errori). Amo distinguere radicalmente la colpa dalla responsabilità: le colpe schiacciano, umiliano e succhiano le energie vitali. La responsabilità ti regala il potere di risolvere i problemi.
Tendenzialmente sono molto gentile con me: mi prendo le mie responsabilità e nei momenti in cui mi accorgo di aver sbagliato mi tratto bene, mi dico che quell’errore era indispensabile ed è stato molto utile per imparare.
Quando, invece, l’evento non dipende da me scelgo un paio d’occhiali funzionale: faccio in modo di accettare ciò su cui non posso agire e nel frattempo, dove è possibile, individuo gli aspetti per cui posso essere grata. Trovo che la gratitudine sia un’ottima compagna di vita.
Ovvio che esistono tragedie e dolori e non è così facile utilizzare sempre questi strumenti.
Però esistono anche tante situazioni che possiamo alleggerire con queste accortezze.
In questo periodo così incerto e sospeso mi è stato molto utile fare questa suddivisione ed indossare questo paio di occhiali.

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